Carlo Verdone, presidente di Federitaly: «L’amministrazione Trump si comporta come se fosse padrona del mondo. Non possiamo assistere in silenzio al tentativo di cancellare diritti, trattati e storia delle nostre imprese. Servono risposte immediate e dure, anche sul piano commerciale».
Quando una potenza decide che i nomi costruiti dalla storia e dal lavoro di altri popoli sono “nomi comuni”, non siamo davanti a una divergenza tecnica. Siamo davanti a un atto di prepotenza. E quando quell’atto arriva da un’amministrazione che tratta il diritto internazionale e gli accordi commerciali come vincoli da rispettare soltanto quando conviene, il silenzio diventa complicità.
L’amministrazione Trump pretende di poter riscrivere le regole a proprio vantaggio: chiede che denominazioni europee siano considerate liberamente utilizzabili dai produttori americani e punta a far valere questa pretesa anche nei mercati di altri Paesi. Così il Gorgonzola, l’Asiago, il Provolone e altre eccellenze rischiano di essere ridotti a parole svuotate della loro origine. È un’operazione che colpisce i produttori italiani, inganna i consumatori e premia chi vuole appropriarsi della reputazione costruita da altri.
Sia chiaro: al 31 ottobre 2026 il Farm, Food, and National Security Act è stato approvato dalla Camera statunitense, ma non risulta diventato legge; il SAFETY Act è ancora all’esame del Senato. Non c’è quindi una legge americana già entrata in vigore che abbia cancellato le DOP italiane. Ma non usiamo questo dato per tranquillizzarci: le iniziative legislative e commerciali in corso indicano una strategia precisa, che va fermata prima che produca conseguenze nei mercati internazionali.
L’identità produttiva non è una formula astratta. È il patrimonio immateriale generato da un territorio, dalle competenze di chi vi lavora, dai metodi tramandati e dalle scelte di qualità di imprese e filiere. È valore economico, reputazione e memoria produttiva. Separare il nome dalla sua origine significa aggredire quel patrimonio e lasciare che altri ne incassino i frutti senza averne sostenuto il costo.
«La mia opposizione a questo atteggiamento è totale. Non possiamo stare a guardare mentre l’amministrazione Trump se ne infischia del diritto internazionale e degli accordi commerciali, e si comporta come se gli Stati Uniti fossero i padroni del mondo. Basta azioni da bullo americano. Se Washington pensa di poter imporre le proprie regole agli altri e chiamare “comuni” i nomi che identificano le nostre eccellenze, deve sapere che l’Italia e l’Europa risponderanno con la stessa determinazione. Non accetteremo che la prepotenza venga scambiata per politica commerciale», dichiara Carlo Verdone, presidente di Federitaly.
E l’Europa? Da troppo tempo produce comunicati, procedure e dichiarazioni di principio, mentre i suoi avversari agiscono. Si perde in pratiche burocratiche e chiacchiere vane proprio quando dovrebbe dimostrare di saper difendere la propria economia. Non basta affermare che le indicazioni geografiche sono importanti; non basta ricordare che l’Unione europea negozia la loro protezione negli accordi commerciali. Se quei diritti vengono messi in discussione, occorrono iniziative immediate, non un altro tavolo di lavoro destinato a consumarsi nei corridoi di Bruxelles.
Federitaly chiede che l’Italia e l’Unione europea reagiscano senza esitazioni: contestino ogni tentativo di scardinare le tutele delle denominazioni, pretendano il rispetto degli impegni assunti nei trattati e preparino contromisure commerciali efficaci e proporzionate. Chi colpisce le nostre filiere deve sapere che l’accesso al mercato europeo non è un diritto illimitato da esercitare mentre si calpestano gli interessi europei. La reciprocità deve valere anche quando a violarla è un alleato potente.
Non è protezionismo difendere il lavoro e l’identità produttiva. È responsabilità. Protezionismo è pretendere di sfruttare il nome altrui e poi accusare chi lo difende di voler chiudere il mercato. Una denominazione legata a un territorio non diventa “comune” perché una lobby lo chiede o perché una potenza prova a imporlo nei negoziati.
L’Europa scelga da che parte stare: dalla parte delle proprie imprese e dei propri cittadini, oppure dalla parte di chi si comporta da padrone. Per Federitaly la scelta è già fatta. Difenderemo le nostre denominazioni, la nostra identità produttiva e il diritto dei nostri produttori a non vedersi derubati del valore che hanno creato. E lo faremo con fermezza, senza inchini e senza più aspettare.

